Sabbioneta – Pubbliredazionale a cura dell’A.A.Euterpe (Gazzetta del Po 24/2013)

Pittura & Paesaggio

tra Oglio e Po arte, identità e territorio

A Palazzo Ducale fino al 30 giugno, a cura di Gianfranco Ferlisi

Luigi Tagliarini (Sabbioneta, 1919 – Casalmaggiore, 2007)

Luigi Tagliarini nasce a Sabbioneta il 24 marzo 1919 da una famiglia di estrazione popolare (i genitori sono contadini); tra i suoi fratelli minori c’è Andrea, anch’egli destinato a divenire pittore con lo pseudonimo di “Rini”. Apprende i rudimenti del mestiere giovanissimo, presso la scuola serale “Bottoli” (dove è allievo di Bonorandi), e in seguito si diploma all’Istituto d’Arte “Paolo Toschi” di Parma (presso il quale in seguito, per qualche tempo, terrà alcune lezioni); conclusi gli studi superiori frequenta poi saltuariamente, a Milano, l’Accademia di Brera. Espone per la prima volta nel 1938 alla I Mostra di Pittura e Disegni organizzata dal Dopolavoro Provinciale di Mantova, e subito si fa notare per l’estrema attenzione con cui ritrae il reale, tanto che nella recensione della rassegna che compare su “La Voce di Mantova…, il giornalista Arturo Cavicchini precisa che il giovane pittore “nelle accuratissime riproduzioni rivaleggia con la macchina fotografica…Nel 1950 partecipa alla Mostra d’Arte sacra di Cremona, mentre quattro anni più tardi merita il secondo premio alla Mostra di Pittura di Bozzolo e viene premiato alla Mostra di Pittura della natia Sabbioneta. Negli anni seguenti aderisce al Movimento Pittori Oggettivisti, fondato a Milano nel 1959 dal virgiliano Ugo Celada, già tra i protagonisti del “realismo magico” negli anni Venti; il movimento si inserisce d’altra parte in un più ampio clima europeo di stampo precisionista, che in Francia trova espressione nel Groupe trompe-l’œil/réalité guidato da Henri Cadiou e per certi versi – sia pur, naturalmente, con ben altra consapevolezza e profondità culturale – negli stessi protagonisti del Nouveau Roman e particolarmente nell’opera sia letteraria che cinematografica di Alain Robbe-Grillet, allo stesso modo caratterizzate da descrizioni precise, metodiche e ripetitive, per cui si è parlato di “École du regard… e di uno stile heideggerianamente “fenomenologico”. Tra i più diretti riferimenti formali dell’opera tagliariniana di questi anni, specialmente nei ritratti che costituiscono una parte quantitativamente molto consistente della sua produzione, sono senz’altro da annoverare i pittori di Novecento, e soprattutto Oppi e Funi, come emerge chiaramente sia nelle pose e negli atteggiamenti degli effigiati, sia nella definizione delle scatole spaziali che li rinserrano; l’atmosfera dei dipinti, tuttavia, rimane più sospesa e inquieta, e sembra debitrice soprattutto del “realismo magico” di un Cagnaccio di San Pietro. A partire dagli anni Sessanta, inoltre, Tagliarini asseconda la sua naturale tensione verso il trompe l’œil lavorando quasi alla maniera degli specialisti settecenteschi del genere, ad esempio impegnandosi in riproduzioni assai fedeli di disegni e acquerelli di altri artisti, dal Petitot a Paolo Toschi, specialmente su commissione di Glauco Lombardi, antiquario e studioso colornese (nonché per molti anni preside dell’Istituto Toschi presso il quale lo stesso Tagliarini aveva studiato) che fu autore di testi fondamentali sui monumenti e sulle collezioni dei duchi di Parma. Negli stessi anni, infine, il medesimo scrupolo miniaturistico lo conduce a realizzare pezzi davvero originalissimi, in cui la padronanza della tecnica viene piegata a realizzare ritratti addirittura microscopici, tra cui un Papa Giovanni XXIII di 1×1,3 mm e una Regina Elisabetta II d’Inghilterra poco più grande (quest’ultimo lavoro, peraltro, fa tuttora parte della collezione privata della sovrana).

Nei decenni seguenti, pur non abbandonando il gusto per la fedele riproduzione del reale, nelle sue opere emergono prepotentemente atmosfere surreali, che proprio dal contrasto con la precisione mimetica della pittura acquistano un certo senso di inquietudine. Nei paesaggi, in particolare, accanto ai ricordi delle esperienze giovanili in riva al fiume Po, emerge una propensione drammatica che si esplica nella ricerca di un “sublime” di ascendenza romantica, non privo di connessioni ideali né con i dipinti di Friedrich, né con esiti morfologici del surrealismo di Max Ernst (si veda in particolare il trattamento pittorico della vegetazione e delle rocce).

Scompare a Casalmaggiore nel 2007. (ps) Bibliografia essenziale: Franco Solmi, Brenno Romiti, Luigi Tagliarini l’Ateniese, Firenze, Idea Books International, 1980 Adalberto Sartori, Arianna Sartori, Artisti a Mantova nei secoli XIX e XX. Dizionario biografico, Mantova, Archivio Sartori, 1999

Orari: dal 21 aprile al 30 giugno 2013 ore 9.30-13,00 e ore 14.30-18,30 (chiuso il lunedì) Info: 0376/432432

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Sabbioneta – Pubbliredazionale a cura dell’A.A.Euterpe (gazzetta del Po 23/2013)

Pittura & Paesaggio

tra Oglio e Po arte,

identità e territorio

Prosegue fino a Domenica 30 Giugno

la mostra allestita a Palazzo Ducale

e curata  da Gianfranco Ferlisi

AsinariMostra

La mostra – organizzata dal Comune di Sabbioneta, dalla Provincia di Mantova e dal Gal Oglio Po – Terre d’Acqua propone  una panoramica della produzione artistica e soprattutto della pittura di paesaggio che ha preso origine dal territorio mantovano posto tra Oglio e Po: un percorso che si snoda attraverso l’opera di 46 artisti e che copre il periodo che si pone tra metà Ottocento e la metà dei più recenti anni settanta. Il racconto visivo della rassegna si svolge in oltre 200 opere, in cui le interpretazioni artistiche di uno specifico squarcio di paesaggio spiegano come l’incalzare delle diverse vicende estetiche riesca non solo ad influenzare lo sguardo degli uomini ma anche a “ricreare” la natura che tale sguardo percorre ed esprime: l’arte, in questo senso, è generatrice e nutrice della natura e l’artista è colui che può rappresentare nel tempo la medesima realtà con sensibilità  diversa, facendo del paesaggio una realtà culturale, che certo non si identifica con il solo substrato materiale, geografico e ambientale. Gli artisti presenti in mostra sono tra i più significativi espressi dalla pittura mantovana tra l’Ottocento e il Novecento e consentono di seguire un lungo itinerario estetico, scandito in sei sezioni: “L’Ottocento”, “Il fascino discreto del melodramma”, “Dagli echi divisionisti ai Novecentismi”, “Tra echi chiaristi e spartiti paesistici e malinconici”, “Primitivismi, segni magici, surreali e astratti”, ÇTra echi na•f e folk artÈ.Denominatore comune, tematica ricorrente resta il paesaggio, in una particolare accezione di luogo di radici e di identità, che accomuna le interpretazioni di pittori che, nell’Ottocento, hanno modellato il mito di questi luoghi, innanzitutto, a partire dalle esperienze di Gerolamo Trenti e Giacomo Albè. Il fascino discreto del melodramma viene analizzato attraverso le opere di Vittorio Rota, Giuseppe Malgarini e Giuseppe Pagano. Parallelamente con Enrico Carlo Barbieri si procede dal verismo sociale fino a toccare immagini di paesaggio elaborate con soluzioni consone a varie suggestioni Novecentiste: ne sono testimoni pittori come Camillo Racchelli Sartori, Vando Tapparini, Aldo Marini, Aldo Bottoli e vari altri. Il mondo luminoso dei chiaristi ci conduce, successivamente, tra giovani outsider come Paride Falchi, Goliardo Padova e Giuseppe Giacomo Gardani, tra giovani che, agli inizi degli anni Trenta, cominciano a elaborare opere diverse, spesso in contrasto con la retorica del “ritorno all’ordine”. Infine si approda alle ricerche del dopoguerra fino a inoltrarsi tra artisti che trasformano radicalmente la rappresentazione del paesaggio: da Adone Asinari a Giulio Salvadori , da Riccardo Musoni, a Mario Pecchioni, da Franco Somenzari e Max Kuatty ad Alberto Rizzi. La mostra propone anche una serie di percorsi nel territorio, intitolati “A partire da un quadro…”. In alcuni itinerari si potrà così “vivere” l’esperienza estetica suggerita da alcuni tra i dipinti esposti nella rassegna, con un vero e proprio viaggio che farà approdare, con la guida del curatore della mostra o dei referenti della didattica, dalla rappresentazione pittorica alla percezione dal vero, alla scoperta concreta del territorio. Accompagna la rassegna un ricco catalogo edito grazie al sostegno del piano di sviluppo locale 2007-2013 del Gal Oglio Po Terre d’Acqua, programma di sviluppo rurale di Regione Lombardia Fondo Europeo Agricolo di sviluppo rurale.

Info: 0376/432432 – Inaugurazione Sabato 20 aprile 2013 alle ore 18,00

Orari: dal 21 aprile al 30 giugno 2013 ore 9.30-13,00 e ore  14.30-18,30 (chiuso il lunedì)

Reggio Emilia – Riceviamo e pubblichiamo (Gazzetta del Po 21/2013)

Fotografia Europea 013 Concept: Change

Photography and Responsibility

Il 27 aprile 2013 alla Galleria “San Francesco” di Reggio Emilia. Pubblico di intenditori all’inaugurazione della mostra di Carlo Maestri “Sfregi d’Arte”, introduzione della gallerista Giovanna e presentazione critica di Marco Cagnolati. Tutte le opere presenti hanno lo stesso formato: cm. 40×60 o cm. 60×40; vengono esposte in modo ordinato all’interno dello spazio messo a disposizione dalla galleria e propongono un percorso estetico leggibile con due soli punti fermi: il formato e la firma-icona (CM 127). Cagnolati ha detto che in Maestri come in tutti gli artisti di valore, la ragione non è la dominatrice delle passioni, ma la sua serva e che il fotografo chiede all’osservatore presente, una modifica del comune senso della percezione immediata per inoltrarsi nell’individuazione dell’estetica dello “sfregio”. Il catalogo della mostra comprende il manifesto dei “SurvivArt”, testi di Marco Cagnolati e Alice Maestri con note di Carlo Maestri e Chiara Serri. La mostra è inserita nel Catalogo Ufficiale di “Fotografia Europea 013” a pagina 41. Alla vernice con “coffee-tea break”, interessanti scambi d’opinione sul fotografo di Guastalla con personaggi del mondo dell’arte reggiana: la pittrice Simona Rei, la prof.ssa Rosanna Porta, il critico d’Arte Emanuele Filini, il pittore-incisore Stefano Grasselli, Chiara Serri – CSArtÉ La mostra è terminata con successo il 26 maggio 2013.

Sabbioneta – Pubbliredazionale a cura dell’A.A.Euterpe (Gazzetta del Po 20/2013)

Pittura & Paesaggio

tra Oglio e Po arte, identità e territorio

SABBIOMOSTRA 20

A Palazzo Ducale fino al 30 giugno, a cura di Gianfranco Ferlisi

Luigi Tagliarini (Sabbioneta, 1919 – Casalmaggiore, 2007)

Luigi Tagliarini nasce a Sabbioneta il 24 marzo 1919 da una famiglia di estrazione popolare (i genitori sono contadini); tra i suoi fratelli minori c’è Andrea, anch’egli destinato a divenire pittore con lo pseudonimo di “Rini”. Apprende i rudimenti del mestiere giovanissimo, presso la scuola serale “Bottoli” (dove è allievo di Bonorandi), e in seguito si diploma all’Istituto d’Arte “Paolo Toschi” di Parma (presso il quale in seguito, per qualche tempo, terrà alcune lezioni); conclusi gli studi superiori frequenta poi saltuariamente, a Milano, l’Accademia di Brera. Espone per la prima volta nel 1938 alla I Mostra di Pittura e Disegni organizzata dal Dopolavoro Provinciale di Mantova, e subito si fa notare per l’estrema attenzione con cui ritrae il reale, tanto che nella recensione della rassegna che compare su “La Voce di Mantova”, il giornalista Arturo Cavicchini precisa che il giovane pittore “nelle accuratissime riproduzioni rivaleggia con la macchina fotografica”. Nel 1950 partecipa alla Mostra d’Arte sacra di Cremona, mentre quattro anni più tardi merita il secondo premio alla Mostra di Pittura di Bozzolo e viene premiato alla Mostra di Pittura della natia Sabbioneta. Negli anni seguenti aderisce al Movimento Pittori Oggettivisti, fondato a Milano nel 1959 dal virgiliano Ugo Celada, già tra i protagonisti del “realismo magico” negli anni Venti; il movimento si inserisce d’altra parte in un più ampio clima europeo di stampo precisionista, che in Francia trova espressione nel Groupe trompe-l’œil/réalité guidato da Henri Cadiou e per certi versi – sia pur, naturalmente, con ben altra consapevolezza e profondità culturale – negli stessi protagonisti del Nouveau Roman e particolarmente nell’opera sia letteraria che cinematografica di Alain Robbe-Grillet, allo stesso modo caratterizzate da descrizioni precise, metodiche e ripetitive, per cui si è parlato di “École du regard” e di uno stile heideggerianamente “fenomenologico”. Tra i più diretti riferimenti formali dell’opera tagliariniana di questi anni, specialmente nei ritratti che costituiscono una parte quantitativamente molto consistente della sua produzione, sono senz’altro da annoverare i pittori di Novecento, e soprattutto Oppi e Funi, come emerge chiaramente sia nelle pose e negli atteggiamenti degli effigiati, sia nella definizione delle scatole spaziali che li rinserrano; l’atmosfera dei dipinti, tuttavia, rimane più sospesa e inquieta, e sembra debitrice soprattutto del “realismo magico” di un Cagnaccio di San Pietro. A partire dagli anni Sessanta, inoltre, Tagliarini asseconda la sua naturale tensione verso il trompe-l’œil lavorando quasi alla maniera degli specialisti settecenteschi del genere, ad esempio impegnandosi in riproduzioni assai fedeli di disegni e acquerelli di altri artisti, dal Petitot a Paolo Toschi, specialmente su commissione di Glauco Lombardi, antiquario e studioso colornese (nonché per molti anni preside dell’Istituto Toschi presso il quale lo stesso Tagliarini aveva studiato) che fu autore di testi fondamentali sui monumenti e sulle collezioni dei duchi di Parma. Negli stessi anni, infine, il medesimo scrupolo miniaturistico lo conduce a realizzare pezzi davvero originalissimi, in cui la padronanza della tecnica viene piegata a realizzare ritratti addirittura microscopici, tra cui un Papa Giovanni XXIII di 1×1,3 mm e una Regina Elisabetta II d’Inghilterra poco più grande (quest’ultimo lavoro, peraltro, fa tuttora parte della collezione privata della sovrana).

Nei decenni seguenti, pur non abbandonando il gusto per la fedele riproduzione del reale, nelle sue opere emergono prepotentemente atmosfere surreali, che proprio dal contrasto con la precisione mimetica della pittura acquistano un certo senso di inquietudine. Nei paesaggi, in particolare, accanto ai ricordi delle esperienze giovanili in riva al fiume Po, emerge una propensione drammatica che si esplica nella ricerca di un “sublime” di ascendenza romantica, non privo di connessioni ideali né con i dipinti di Friedrich, né con esiti morfologici del surrealismo di Max Ernst (si veda in particolare il trattamento pittorico della vegetazione e delle rocce).

Scompare a Casalmaggiore nel 2007. (ps) Bibliografia essenziale: Franco Solmi, Brenno Romiti, Luigi Tagliarini l’Ateniese, Firenze, Idea Books International, 1980 Adalberto Sartori, Arianna Sartori, Artisti a Mantova nei secoli XIX e XX. Dizionario biografico, Mantova, Archivio Sartori, 1999

Orari: dal 21 aprile al 30 giugno 2013 ore 9.30-13,00 e ore 14.30-18,30 (chiuso il lunedì) Info: 0376/432432

Sabbioneta – Pubbliredazionale a cura dell’A.A.Euterpe (Gazzetta del Po 19/2013)

Pittura & Paesaggio

tra Oglio e Po arte, identità e territorio

A Palazzo Ducale fino al 30 giugno, a cura di Gianfranco Ferlisi

Mauro Saviola (Viadana, 1938 – 2009)

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Mauro Saviola è un pittore autodidatta che inizia la sua attività nel 1980, a quarantadue anni, in età, dunque, pienamente matura. Eppure è arrivato a  esprimersi in centinaia di opere e ad allestire numerose mostre relative alla propria produzione artistica, un risultato dovuto ad un’inarrestabile passione ispiratrice, che ha colmato anni di latente creatività. Ha esposto a Mantova, a Ferrara, a Roma, a Londra e a Venezia. Nel settembre del 2007 uno dei suoi dipinti è stato selezionato dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNCHR) ed esposto, insieme ad altre opere prestigiose, presso i Musei Capitolini di Roma. Per parlare di Saviola occorre però distinguere due aspetti della sua personalità: il primo, quello universalmente conosciuto, dell’imprenditore di successo, l’altro, sbocciato tardi, come si diceva, quello dell’artista, alla scoperta di un altro se stesso. La sua creatività, dunque, si esprimeva e cresceva in un rapporto costante sia tra le sue due anime sia tra se stesso e gli altri, conteso dalla pittura di cui non poteva più fare a meno e dalla comunità produttiva dalla quale non si voleva staccare. Era stato proprio il desiderio diviso tra il vivere e il fare, alimentato da un continuo appetito di esperienze e da un’acuta  sensibilità espressiva a ispirare in Saviola anzitutto la scelta di occuparsi delle problematiche ambientali, del riciclaggio degli scarti lignei: fu la premessa per una struttura industriale che conta 1.600 dipendenti e un fatturato di oltre 800 milioni di euro l’anno. Questo è il Mauro Per tali sue scelte il Saviola definito l’uomo che “salvava gli alberi”. Ma qui interessa, soprattutto, guardare all’artista, restare nell’ambito della magia delle sue immagini, scavare le ragioni che hanno fatto della sua esperienza una vicenda esteticamente tanto interessante da indurre Roberto Pedrazzoli – assessore alla Cultura della Provincia per un decennio e stimato pittore – a dedicargli, nel 2009,  presso la Casa del Mantegna, una mostra retrospettiva che evidenziasse adeguatamente le qualità  della sua complessa e sensibile personalità. Ed è con questa mostra che è stato possibile valutare tutto l’arco produttivo in cui Mauro Saviola ha espresso, in modo certamente alternativo e insolito, una condizione critica e autentica del contemporaneo. Il pittore appartiene infatti all’area in cui la creatività si manifesta fuori dai luoghi canonici dell’arte, di cui talvolta, anche grazie alla sua generosità economica, cercava di forzare le serrature, ma di cui esplorava con originale autorevolezza strade davvero inedite. Mauro Saviola può insomma essere considerato una sorta di ‘outsider’ di una Art brut tutta risolta in vernacolo viadanese. Lasciava fluire, sui pannelli truciolari da lui stesso prodotti,  colate di colore, secondo una scelta supportata, di volta in volta, da intuitive idee cromatiche. A volte sperimentava soluzioni tonali, altre volte si affidava ai colori complementari per accendere inediti e forti contrasti. Quasi sempre, in ogni caso, i suoi lavori si tramutano nel condensato espressivo di un senso di solitudine e di un impulso creativo pulito e personalissimo. Il risultato delle sue pitture rivela le sorprese inevitabili del suo viaggio nell’universo del colore, in cui gli elementi armonici si scontrano, a volte, con le disarmonie. Il pittore materializzava infatti le sue umane trepidazioni emotive tramite una comunicazione immediata, sintetica e di getto. Nascevano così contrasti irriverenti e anticonvenzionali, aspri e debordanti, estranei a qualsiasi formalismo assodato e in grado, soprattutto, di portare alla luce – nell’imbrunirsi profondo delle tinte più cupe e introverse – l’aspetto acre e incontaminato che ogni persona  nasconde dentro di sé. Il suo procedimento rimanda anche a pratiche sperimentali di esperienze artistiche del ‘900: con una sorta di automatismo psichico Saviola affidava le soluzioni espressive, in misura rilevante, al caso, a quella zona insondabile che non appartiene al controllo programmatico dell’artista. Ne scaturivano, comunque, immagini aliene agli stereotipi dell’arte di tradizione o di quella più alla  moda. Nella recente mostra tenuta alla Casa del Mantegna il supporto dei suoi dipinti, costituito proprio da quei pannelli truciolari ecologici che nascono ancora oggi quotidianamente nei cantieri delle sue imprese, mostrava come l’artista amasse lasciar fluire il colore assecondando la convinzione che anche ci˜òche appare sgradevole può nascondere meraviglie insospettate e che anche l’uomo della strada, con modesti mezzi a disposizione, può creare piccoli capolavori. Per sottolineare il sicuro interesse che deriva dalla sua opera, per confermare il contributo dato da Mauro Saviola  al panorama dell’arte mantovana, per documentarne la ineludibile importanza, Claudio Cerritelli, ha inserito l’artista nelle due grandi rassegne realizzate a Mantova alla Casa del Mantegna: Arte a Mantova, 1950- 1999 e Arte a Mantova, 2000-2010. (gf) Orari: dal 21 aprile al 30 giugno 2013 ore 9.30-13,00 e ore 14.30-18,30 (chiuso il lunedì) Info: 0376/432432

Sabbioneta (Pubbliredazionale a cura dell’A.A.Euterpe

Pittura & Paesaggio

tra Oglio e Po arte, identità e territorio

A Palazzo Ducale fino al 30 giugno, a cura di Gianfranco Ferlisi

Pietro Borettini (Pédar) Viadana, 1928

Pedar-Osteria

Pietro Borettini (Pédar) nasce a Viadana, in provincia di Mantova, nel 1928, quinto di nove fratelli, in una famiglia costretta a lottare ogni giorno per la sopravvivenza quotidiana. Nonostante le grandi ristrettezze economiche l’infanzia di Pèdar è serena, protetta da un ambiente familiare ricco di affetto e particolarmente  protettivo nei suoi confronti da quando una caduta, nei primi mesi di vita, gli provoca una grave menomazione fisica che lo costringe a zoppicare per tutta la vita. La sua esperienza scolastica, anche a causa del suo handicap, è irregolare e limitata, ma gli insegnanti  individuano già dalle elementari il suo notevole talento per il disegno e lo segnalano alla famiglia proponendo anche, per lui, un istituto dove potrebbe coltivare le sue attitudini. Il padre, però, attaccatissimo all’idea di salvaguardare comunque l’unità familiare, si  oppone e Pietro segue così, tra mille difficoltà, il normale e duro itinerario di lavoro del mondo contadino di allora. Tuttavia proprio la sua menomazione fisica e la quotidiana lotta per una vita dignitosa, acuiscono la sua sensibilità, lo spingono a trovare ogni strumento di socializzazione e di comunicazione: assorbe  tutto quanto proviene dall’ambiente semplice e umile che lo circonda, ne segue i riti e le tradizioni, cerca costantemente di sfruttare le doti che sa di possedere per trovare una sua strada specifica, che sia gratificante per sé e per gli altri. Costretto a lavorare subito dopo gli studi primari, accumula e supera momenti poco felici e grandi delusioni grazie, soprattutto, ad un paziente ottimismo, che lo spinge ad esplorare sempre nuove esperienze e a mantenere forte il contatto con la gente: fa il calzolaio, il venditore di bambole, il gelataio…  Finalmente, trovato un lavoro stabile e passata la prima gioventù, scopre il talento della voce e, nella sua ansia di trasferire sensazioni e ricordi, inizia a comporre canzoni in dialetto, in cui rievoca fatti, situazioni e storie di una società contadina ormai in via di estinzione. La sua prima canzone Tango dla vècia Frèra (Tango della mamma del fabbro) è del 1952, cui ne seguono circa 40 (raccolte, nel 1995, in un libro curato da Giuseppe Flisi). La sua consacrazione di cantastorie avviene nel 1974, con il premio ottenuto nella prima edizione della “Sagra della canzone dialettale mantovana” dalla canzone Al Barbòn (Il barbone). Il suo innato spirito artistico e la grande voglia di esprimersi e di raccontare lo portano poi a cimentarsi anzitutto nel campo della pittura (con all’attivo diverse mostre personali e collettive), e quindi a comporre, dirigere e interpretare commedie dialettali di grande successo, scrivere poesie in dialetto, inventare racconti e romanzi per ragazzi, la cui scrittura semplice e spontanea arriva a far emergere, nella fantasia collettiva, l’anima delle cose, degli animali, della natura, dell’uomo, diventando strumento di immediata comunicazione con piccoli e grandi lettori. Nel 1997 costruisce, con materiali di risulta, un presepio animato, in cui vengono rappresentati tutti gli antichi mestieri del mondo della Bassa, opera che, dopo essere stato esposta in occasione delle festività natalizie in tutto il Viadanese, è ora collocata nel Museo della Città di Viadana. Del 2003 è la costruzione, sempre con materiale di risulta, di un presepio di dimensioni reali (la cui documentazione fotografica è visibile sul sito dell’Atlante demologico lombardo) esposto al pubblico, nel dicembre 2012, a Mantova, presso l’ex chiesa della Madonna della Vittoria. La sua grande manualità gli permette di realizzare anche marionette, burattini e spaventapasseri, alcuni dei quali, donati al Centro studi Arti e Mestieri Leonardo da Vinci, furono esposti, nel dicembre del 1999, all’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles, in occasione di una mostra. Per quanto attiene in particolare al suo talento di esprimersi con il disegno e il pennello Pédar, che è tra l’altro uno straordinario illustratore delle sue storie, ha la capacità di infondere una particolare carica vitale a ciò che rappresenta, che poi è sempre un racconto, un ricordo, un mito della memoria. Pédar anima i suoi  personaggi, i paesaggi, gli animali, il mondo, con un disegno dal tratto rapido e sottile, denso di particolari che non si finisce mai di scoprire, un disegno che caratterizza le immagini con finezza e, nel contempo, con estrema naturalezza. I suoi animali si muovono, i suoi cavalli, di fronte o di scorcio, scalpitano e avanzano con scioltezza e potenza o mandano sbuffi dalle narici scrollando la criniera, le galline scorrazzano dappertutto con evidente entusiasmo, quanto mai spennacchiate e indisciplinate, le sue biciclette sembrano davvero sussultare su sentieri e cavdagne, i suoi lavoratori mietono, spalano, mungono, gettano le reti nel Po, bevono e mangiano con gesti antichi, naturali, misurati e robusti… e, dagli angoli più nascosti dei disegni, sbucano cagnolini scodinzolanti, gatti acciambellati, maialini, uccellini in volo. Non c’è, nelle opere di Pédar, solo la freschezza del naïf ma qualcosa di più forte, di più efficace, di più vissuto, di più realistico: schizzi rapidi e chiaroscuri tracciano scene dove si inseguono case, uomini e paesaggi, in una Viadana che non è più solo Viadana ma è un qualunque luogo dove si vive, o si viveva, una dimensione comune, consueta e solidale, una dimensione ormai mitica, quasi dimenticata.  Nel 2002, per i suoi meriti artistici, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha insignito Pietro Borettini (Pédar) dell’onorificenza di Commendatore dell’ordine “al merito della Repubblica”. L’anno successivo il Comune di Viadana gli ha conferito l’onorificenza cittadina di “Viadanese dell’anno”. Persona estroversa e profondamente modesta Pédar non ha mai comunque cercato di uscire dal suo angusto mondo di provincia. Nel 2006 la Camera di Commercio di Mantova gli ha conferito la medaglia d’oro nell’ambito dei riconoscimenti “Per la creatività nell’impresa, nel lavoro, nella professione e per il progresso economico e civile della Provincia di Mantova.”con la seguente motivazione: “Per l’energia e la creatività profuse da sempre nella poliedrica attività artistica di poeta, pittore, attore e cantante, che lo hanno reso uno degli assoluti protagonisti dello spettacolo popolare mantovano”.(gf)

Orari: dal 21 aprile al 30 giugno 2013 ore 9.30-13,00 e ore 14.30-18,30 (chiuso il lunedì) Info: 0376/432432

Pedar-ScioperoPedar-Suonatore

Sabbioneta – Pubbliredazionale a cura dell’A.A.Euterpe (Gazzetta del Po 16/2013)

Pittura & Paesaggio

tra Oglio e Po arte, identità e territorio

A Palazzo Ducale fino al 30 giugno, a cura di Gianfranco Ferlisi

Angelo Gavetti  (Viadana, 1894-1923)

Angelo Gavetti nasce a Viadana il 30 maggio 1894 da Alessandro, esponente di una famiglia di calafatti e falegnami molto conosciuti, e dalla levatrice Santa Aschieri, che morirà giovane lasciando lui e il fratello alle cure della sorella. Il giovane Angelo manifesta una spiccata manualità, certamente patrimonio familiare, e oltre a realizzare semplici oggetti ad intaglio e pitture su vetro, dimostrandosi versato nelle arti applicate, si dedica al disegno. L’urgenza di tradurre il mondo in immagine lo induce a realizzare perfino graffiti sui muri viadanesi, riconosciuti ed apprezzati dai concittadini, che aggiungono accanto alle immagini dei “Bravo Gavetti!”. All’ottima mano si affianca una certa dose di goliardia, come evidenzia l’aneddoto della banconota da Cento Lire disegnata e spacciata per autentica davanti al suo superiore. Nel 1918 realizza un grande murales nel cortile della sua abitazione, raffigurante l’Angelus del pittore francese Jean François Millet (1857-59). Questa come altre reinterpretazioni dimostrano l’interesse per l’arte francese. Dedicandosi anche alla lavorazione del gesso e della scagliola conosce il giovane Carlo Pisi. Lo stesso artista di Brescello ricordava che, mentre attraversava un momento di scoramento nel quale avrebbe voluto abbandonare la pratica artistica, si rivelò fondamentale l’appoggio di Angelo, che lo incoraggiava ad applicarsi totalmente alla scultura. Il giovane Gavetti frequenta la Scuola d’Arte Applicata di Viadana, dove ottiene un Premio, e l’Istituto di Belle Arti di Parma, diplomandosi Maestro d’arte nel 1920, dopo aver partecipato al conflitto. Allo stesso anni risalgono alcuni dipinti tra le sue prove più interessanti: Autoritratto con mal di denti ad acquerello (1920), dove l’artista coglie se stesso nel momento del dolore e della deformità; e ancora l’olio dedicato a Viadana, , dove lo scorcio della chiesa viene interpretato in chiave asciutta ed essenziale, con l’unica concessione compositiva data dagli alberi che conferiscono movimento all’insieme. Intanto Gavetti si trattiene a Parma come insegnante, ma la sua carriera è stroncata dalla morte prematura, avvenuta nei primi mesi del 1923. A testimoniare la sua formazione accademica, che anche a causa dell’improvvisa scomparsa rimane in una fase embrionale, rimangono soprattutto i suoi studi: disegni e acquerelli raffiguranti particolari anatomici, nudi, gruppi di putti, elementi d’ornato e studi per scenografie. Tra di essi ricordiamo in particolare La villanella, dove la fanciulla, di spalle al centro della scena, sale lentamente una scalinata carica dei suoi cesti. Il disegno, dove la figura si staglia eretta ed elegante, restituisce una visione idilliaca della vita contadina che si inserisce in una consolidata tradizione bozzettistica che si compiace nell’atmosfera bucolica e nel contatto della natura, senza alcuna velleità sociale, e nella via che si arrampica tra due quinte di cespugli possiede una nota teatrale. (ms)

Orari: dal 21 aprile al 30 giugno 2013 ore 9.30-13,00 e ore 14.30-18,30 (chiuso il lunedì) Info: 0376/432432